Consapevolezza. Dovremmo riflettere di più su questa parola, ma senza soffermarci troppo. Dovremmo capire il suo significato, ricordarcene e poi metterla in pratica.
Essere consapevoli delle nostre azioni, dei nostri pensieri, inseguirli, rincorrerli fino a raggiungere il nostro respiro. In questo modo, credo, potremmo trovare la gioia in ogni cosa e quindi in noi.
Ciò che facciamo, che pensiamo, che proviamo siamo noi. Anche la tristezza è noi, l'ansia, l'apatia è noi. Non esiste qualcosa che sia slegato dal nostro essere, perciò tutto è noi, solo che la maggior parte delle volte lo ignoriamo, lo subiamo, come se qualcosa dall'esterno stesse veramente lì a piegarci verso una condizione piuttosto che un'altra.
Arrendiamoci: non c'è niente da combattere, solo un intero mondo a cui prestare attenzione.
Prima di averci riflettuto, in un mio recente soggiorno a Trieste, l'ho provato. La consapevolezza di tante piccole cose ha aperto un mondo sconosciuto, straniero e brillante nella mia mente.
Così ho notato che Trieste è una città sospesa sulla corda di un funambolo, gli animi della sua gente sono sferzanti, come strappati qua è là dal vento. Mia sorella dice sempre, scherzosamente, che i triestini hanno la bora nella testa, e la trovo una cosa tanto curiosamente vicina alla realtà da farmi sorridere.
Un intero popolo di fantasmi vivi, che dopo cena si chiudono nei vicoli e nelle strade di colle San Giusto e restituiscono la propria città all'aria e al buio. Camminando in questa parte di Trieste, verso le dieci di sera, ho avuto la sensazione di essermi persa nello spazio e nel tempo, quasi stessi avanzando fra le scene di un teatro troppo profondo. Anche di giorno, a Trieste, i suoni giungono nelle case come se provenissero da ogni parte, stranianti, ognuno da un angolo diverso da quello che ti aspetteresti.
Non puoi che abbandonarti, o scegliere consapevolmente di opporti.
Questo ritrovarmi ad essere forzatamente chiamata alla decisione e alla comprensione di me stessa, in ogni forma, mi ha portata in ultimo ad accorgermi, davvero, anche del rumore ovattato e innaturale dell'acqua nelle orecchie e del colore troppo intenso del cielo sopra il mare.
Al mio ritorno mi ero ripromessa di appuntare subito queste emozioni, per non dimenticarmene, ma l'inedia, il dovere e la stanchezza mi hanno fatta sprofondare nella strana e fastidiosa condizione di ritrovarmi vittima di me stessa.
Che peccato dimenticarsene! Eppure tutto ciò che ho vissuto era ancora qui con me.

Nessun commento:
Posta un commento