domenica 27 febbraio 2011

Delle ferite del leone e della saggezza del sasso

Le tre metamorfosi di Zarathustra

"La mia forza presi in mano e andai contro al mondo, / ... presi la mira, lanciai il sasso / ma fui la sola a cadere". (E. Dickinson)

Come legare Nietzsche e il suo leone al sasso di Emily Dickinson? A tutta prima, leggendo il breve passo della scrittrice, si è tentati dal pessimismo. Una persona si arma verso il mondo e si schianta, vinta. Non c'è speranza, dunque?
Il leone di Zarathustra mi ha da sempre affascinata. L'"io voglio" forse riassume il mio credo: la fiducia nel poter andare oltre tutto ciò che diamo per scontato. Millenni di storia che hanno plasmato la nostra cultura, pochi decenni di televisione che hanno costruito nuovi valori (o disvalori) e nuove morali (quanta moralità dalla bocca di tutti!). Mi sono sempre sentita chiamata a scardinare tutto questo, a chiedermi il perché di tutto, a mettere in discussione qualsiasi cosa per decidere della sua morte o della sua salvezza. Trasformare l'"io devo" in "io voglio", cambiare prospettiva. Perché devo fare qualcosa? Non sarebbe poi meraviglioso se capissi che è anche ciò che voglio? Ho compreso che potevo farlo, che chiunque può farlo, che questa sottigliezza non era affatto banale e che era l'ingresso verso il pensiero libero.
Ogni cosa però rivela ben presto le sue difficoltà, ed eccomi come la Dickinson, a far guerra contro il "mondo" e ad accorgermi che "l'impari confronto mi butta indietro verso regioni troppo presto abbandonate" (L. Muraro). Le regioni che ho abbandonato troppo presto sono ciò che forse non ho mai smesso di essere, pur non accettandolo. Per fare un esempio: apprendete un concetto che vi sembra vi appartenga e immediatamente, esultanti, vi sentite in grado di metterlo a compimento nel migliore dei modi, fiduciosi che non sbaglierete, perché la verità che tenete in mano è troppo forte. Solo che, forse, non è ancora così radicata, non ancora del tutto compresa, in parte travisata.

Rispondere alla chiamata di andare "oltre" è un obbligo etico che sento, e continuo a sentire. Sognare e teorizzare di farcela è un po' come immaginare l'infinito oltre la siepe di Leopardi. Alzarsi e partire è ciò che si dovrebbe sentire di fare per se stessi. Ecco che, allora, se le nostre "armi", le nostre conoscenze appena apprese con gioia, sono ancora acerbe o utilizzate male, a volte capita di azzardare, e di incominciare a combattere battaglie dall'esito incerto.
Forse non è nemmeno questo il problema. Non la certezza: ogni scommessa è dubbia, per definizione.
Allora perché capita che il lancio del sasso faccia cadere noi?
Io ho cercato di andare oltre ogni ragionevole limite del mio essere.
Sono capitata nel mezzo di una battaglia che non avevo cercato, e tuttavia non mi sono ritirata. Consapevole di possedere la visione e la forza del leone mi sono gettata nel bel mezzo della confusione, della delusione e dello sconforto. Lì, sul campo di battaglia, ho creduto di scorgere un bagliore, una scaglia dorata del drago "io devo". Forse ho voluto vederla, per dare un senso immediato a ciò che stavo provando, a quello che mi si chiedeva di fare, al tumulto in cui mi ero ritrovata. In cerca disperata di una risposta alla domanda "Posso fare ciò che mi viene chiesto? Posso andare così oltre le mie convinzioni e i miei limiti?". La risposta "sì" implicava necessariamente la presenza di un drago su cui avventarmi, e proprio perché avrei disperatamente voluto rispondere "sì" ho creduto di vederlo.
Ricordo di aver detto: "Ho combattuto contro una delle scaglie d'oro del drago con ogni violenza, perché questa volta era un nemico impossibile. Ora sono stanca, e non so ancora quale sarà l'esito di questo scontro. Sono però carica di rabbia e smonterò il mio campo urlando, prima di addormentarmi".
Emily Dickinson scagliò il sasso, ma fu lei a cadere. Io mi gettai sul drago, ma trovai su di me le ferite.
Il drago? Una illusione. Il nemico? Me stessa.
Terminata la follia ero io ad aver perso contro quella che non avevo riconosciuto essere la mia vera volontà. Ho ringraziato il dolore che ho sentito, perché mi ha dato la possibilità di conoscere di più chi sono. Dico di più perché mi trovo ancora in medias res. Attraversavo una "landa di insensatezza", convinta che non lo fosse, ma "ho lasciato entrare nella mia mente un semplice pensiero" (L. Muraro) che mi ha aiutata a ritrovarmi, ed è questo: il limite.
Le persone parlano di limiti come di una cosa tendenzialmente negativa, e anche io la vedevo così. Però, dopo essere caduta nel tentativo di lanciare il sasso, ho compreso che posso vedere i limiti come dei paletti che definiscono i confini di ognuno di noi. Ogni tanto, ma costantemente, dovremmo occuparcene. A volte vanno sradicati, ripuliti, e ripiantati sempre più in là, per comprendere nuova terra fertile, nuovi orizzonti. Vanno rimossi e riposizionati per cancellare i vari "io devo", cioè i dogmi, le certezze mai messe in discussione. Però non possiamo fingere che non esistano, non possiamo non accettarli. Ho capito che è bene che mi renda conto - che tutti ci rendiamo conto - che quei limiti sono anche le radici più profonde del nostro essere, il disegno della nostra sagoma in continua trasformazione, i nostri "io voglio", anche se temporanei e in crescita.
"Fine del servizio simbolico, eccomi indipendente dall'universale, assoluta nel senso letterale e figurato della parola, sciolta da comparazioni, incomparabile, incondizionata, libera". (L. Muraro)
E tutto grazie alla saggezza del sasso e alle ferite del leone.

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